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Notazioni sulle sanzioni interdittive nei confronti delle società commerciali in caso di corruzione internazionale

Nicola D’Agnese, Professore Universitario a contratto di Diritto Penale presso l’Università Telematica Pegaso.

L’esordio «rivoluzionario» della responsabilità degli enti collettivi con il D. Lgs. n. 231/2001 (per la prima volta nel nostro ordinamento è consacrata in sede penale la responsabilità in via diretta) si è colorato di sempre maggiore interesse per la letteratura. In dottrina e in giurisprudenza si discetta sull’applicabilità delle sanzioni interdittive ex art. 25, del decreto citato, alle società condannate per fatti di corruzione internazionale, art. 322 bis c.p. Si pone, in particolare, la questione di vedere se tali sanzioni siano applicabili al reato de quo richiamato dal quarto comma, d.lgs. n. 231/2001, sebbene tale ultima disposizione faccia esclusivo riferimento alle sanzioni pecuniarie stabilite dal primo al terzo comma.

Notes on prohibitory penalties against commercial companies in cases of international bribery

The «revolutionary» introduction of the liability of collective entities by Italian Legislative Decree 231/2001 (which enshrined direct liability in criminal law for the first time in the Italian legal system) has attracted increasing interest in the literature. In legal theory and case law, there is discussion about whether the prohibitory penalties established in Article 25 of the above-mentioned decree apply to companies convicted of acts of international bribery, according to Article 322 bis of the Italian Criminal Code. In particular, the question arises as to whether those penalties apply to this offence as referred to in paragraph 4 of Article 25 of Italian Legislative Decree 231/2001, even though that provision refers solely to the financial penalties established in paragraphs 1 to 3 of that article.

Keywords: companies – international bribery – penalties – liability.

1. La responsabilità dell’ente, d.lgs. n. 231/2001: natura composita?

La responsabilità edificata nel d.lgs. n. 231/2001 [1] è un intreccio tra regole penalistiche e amministrative [2]. È questione di sommo interesse, dunque, se la responsabilità degli enti collettivi possa essere qualificata come penale o amministrativa [3].

Occorre precisare che un tassello importante, anche indiscutibile, quanto alla natura amministrativa, è dato dalla circostanza che nel corpus del d.lgs. n. 231/2001 l’uso del termine «amministrativa» è abbastanza consueto. Infatti, se consideriamo il Capo I notiamo che esso è rubricato «Responsabilità amministrativa dell’ente», con indicazione testuale reiterata all’art. 1, e la cui manifestazione lascerebbe presupporre la natura amministrativa anche nei susseguenti artt. 2-8 (infatti, all’interno dei quali il decreto nulla specifica). Detto ciò, sarebbe legittimo pensare che l’impossibile abdicazione del legislatore domestico al brocardo latino «societas delinquere et puniri non potest», lo abbia spinto a istituire una responsabilità amministrativa, al fine di glissare il pericolo delle antinomie tra i principi della materia penale, primo fra tutti l’art. 27 Cost. [4]. Quando obblighi la cui violazione è sanzionata penalmente sono imposti a enti o comunque a imprese, si pone il problema di individuare la persona fisica cui la responsabilità penale può essere effettivamente ascritta [5]. Ebbene, ammettere profili di responsabilità della persona giuridica ha rappresentato sin da subito (ci si riferisce immediatamente dopo il varo del d.lgs. n. 231/2001) questione abbastanza spinosa [6], tra gli studiosi vi è chi ha definito le persone giuridiche «non umani abitanti del pianeta» [7]. Ciò posto, prima di calarci nello studio della «genetica» della responsabilità in rassegna, giova subito avvertire che punto di riflessione iniziale è il sistema sanzionatorio italiano [8], quest’ulti­mo incide solo sulla persona fisica.

In tutto quanto detto, si innesta il principio di personalizzazione della responsabilità, ex art. 27 della Carta fondamentale. Dovrebbe sempre configurarsi, secondo certuni in dottrina, come una responsabilità per fatto altrui, vale a dire il comportamento dell’organo che le rappresenta, e incolpevole, perché la persona giuridica non dispone di una propria capacità di volere [9]. Non manca chi sostiene che l’immedesimazione organica giustifica la configurazione di una responsabilità penale per fatto proprio [10] delle persone giuridiche, ma tale posizione è rimasta minore [11]. Orbene, per mezzo dell’intervento legislativo «innovatore» (d.lgs. n. 231/2001) è sostanzialmente ammessa nel nostro ordinamento la responsabilità delle società per illeciti posti in essere da soggetti che agiscono in nome e nell’interesse della società stessa [12]. Esattamente, le persone giuridiche possono essere chiamate a partecipare al processo penale in modo differente rispetto a ciò che, ante decreto, era stabilito dalla procedura penale. Dunque, novità assoluta anche sotto il profilo processuale [13].

Qualche ulteriore spiegazione su tale ultimo punto, non sarà inopportuna. Con la novella del legislatore del 2001 [14] è individuato espressamente un corredo di sanzioni applicabili automaticamente all’organismo societario, quest’ultimo, quindi, non sarà più solo responsabile in via accessoria nelle ipotesi di inadempienza della persona fisica condannata. Si ricorda che anche da un punto di vista sovranazionale il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato una raccomandazione volta ad invitare gli Stati membri a «promuovere l’adozione di misure finalizzate a rendere le imprese responsabili per i reati commessi nel­l’esercizio della loro attività, indipendentemente dai regimi di responsabilità civile in vigore, cui queste raccomandazioni ..


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