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Segnalazioni di diritto tributario

a cura di Giovanni Consolo e Federica Famà

Indicazioni applicative e interpretative

Giurisprudenza

Il cessionario non può detrarre l’Iva erroneamente addebitata dal cedente in misura superiore al dovuto – Con la sentenza del 16 marzo 2022, n. 8589, la Corte di Cassazione ha affermato che, nonostante la recente riforma dell’art. 6, comma 6, d.lgs. n. 471/1997, ad opera dell’art. 1, comma 935, l. n. 205/2017, deve escludersi che, laddove l’Iva sia applicata dal cedente in misura maggiore rispetto al dovuto ed erroneamente assolta in tale misura dal cessionario, quest’ultimo possa esercitare il diritto alla detrazione anche con riguardo alla parte di imposta indebitamente applicata, poiché, ai sensi delle Direttive n. 77/388/CEE e 2006/112/CE, tale diritto è limitato alle sole imposte realmente dovute e non si estende all’imposta dovuta esclusivamente in quanto esposta in fattura. Pertanto, si deve ritenere che, con la riforma dell’art. 6, comma 6, d.lgs. n. 471/1997 – che ora dispone: “… fermo restando il diritto del cessionario o committente alla detrazione ai sensi degli articoli 19 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, l’anzidetto cessionario o committente è punito con la sanzione amministrativa compresa fra 250 euro e 10.000 euro” – il legislatore abbia inteso modificare, rendendolo più mite, il regime sanzionatorio applicabile ai casi di indebita detrazione dell’Iva, continuando però a riconoscere il diritto alla detrazione soltanto nei limiti delle disposizioni ivi richiamate.

Il documento è reperibile al seguente link:

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20220316/snciv@s50@a2022@n08589@tS.clean.pdf.

La definizione agevolata degli oneri contributivi determina l’emersione di una sopravvenienza attiva – Con la sentenza del 16 marzo 2022, n. 8623, la Corte di Cassazione ha statuito il principio di diritto secondo cui la sopravvenuta riduzione di oneri contributivi – nel caso di specie, intervenuta per il 60% in seguito alla definizione agevolata di cui all’art. 6, comma 4-bis, d.l. n. 185/2008 – determina, nel bilancio del contribuente, una parziale cancellazione di passività relative ad esercizi precedenti, cui corrisponde una sopravvenienza attiva fiscalmente rilevante ai sensi dell’art. 88, d.P.R. n. 917/1986.

Il documento è reperibile al seguente link:

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20220316/snciv@s50@a2022@n08623@tS.clean.pdf.

Non imponibilità dei compensi percepiti da soggetti esteri – Con la sentenza del 3 marzo 2022, n. 7108, la Corte di Cassazione si è espressa in merito al trattamento fiscale dei compensi erogati a società non residenti che svolgevano, nei confronti di una società italiana, attività di intermediazione in relazione a prestazioni professionali rese in Italia da persone fisiche parimenti residenti all’estero. In ispecie, rammentando che le disposizioni contenute nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni devono ritenersi prevalenti rispetto a quelle di diritto interno, la Suprema Corte ha precisato che, ai sensi degli artt. 7 e 14 delle predette Convenzioni, i redditi di impresa prodotti dalle società estere e i redditi di lavoro autonomo prodotti dai singoli professionisti non sono imponibili in Italia, salvo il caso in cui le relative attività siano svolte mediante una stabile organizzazione (o base fissa) presente sul territorio dello Stato. Nel caso di specie, dunque, essendo pacifico che né le società né i singoli professionisti avessero svolto le rispettive attività per il tramite di una stabile organizzazione e in considerazione del fatto che le fatture emesse dalle società estere distinguevano analiticamente tra compensi per l’attività di intermediazione (c.d. agency fees) e compensi destinati ai professionisti, i giudici hanno concluso per l’illegittimità della pretesa avanzata dall’Ufficio, il quale – ritenendo che le società estere avessero svolto il ruolo di mere intermediarie, mentre le prestazioni erano state concretamente rese dai singoli professionisti – aveva contestato in relazione all’intero importo fatturato l’omessa applicazione da parte della società italiana delle ritenute previste, con aliquota pari al 30%, dall’art. 25, comma 2, d.P.R. n. 600/1973.

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