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Rischio (penale) d'impresa e sistemi di controllo

Maurizio Riverditi, Professore Associato di diritto penale presso l’Università di Torino.

Il contributo analizza il ruolo dei sistemi di controllo interno al fine di verificare l’adeguatezza degli assetti previsti dall’art. 2086 c.c., esaminandone le ricadute sull’individuazione delle responsabilità degli amministratori e dei sindaci derivanti dalla posizione di garanzia (art. 40, cpv., c.p.) dagli stessi ricoperta nell’ambito della società.

Enterprise (criminal) risk and monitoring systems

The contribution analyses the role of the internal control systems in order to ensure the adequacy of the arrangements in accordance with Article 2086 of the Italian Civil Code, examining its consequences on the identification of the responsibilities of directors and mayors deriving from the position of guarantee (art. 40, cpv., c.p.) covered by them within the company.

1. L’immane presenza dei fattori di rischio

L’emergenza sanitaria, oltre a mettere in evidenza l’intrinseca fragilità delle apparenti certezze a cui eravamo affezionati, ha esaltato un aspetto della realtà che non possiamo dimenticare: viviamo in una società in cui la dimensione del rischio è onnipresente e pervade ogni ambito della nostra esistenza.

Pur essendone intimamente consapevoli, l’abitudine a convivere con una condizione di costante precarietà, gestita con il supporto del progresso tecnologico, ci ha portato a sottovalutarne gli aspetti più insidiosi, nascosti nelle pieghe dell’organizzazione quotidiana. Per rendersene conto, è sufficiente pensare a quanti incidenti stradali sono dovuti all’abitudine alla guida e alla sottovalutazione dei pericoli per la fiducia illimitatamente riposta nelle nostre capacità e, soprattutto, nei sistemi di sicurezza di cui sono dotate le nostre autovetture.

L’emergenza Covid e, ancor prima, le tragedie che hanno richiamato l’at­tenzione sulla fragilità delle infrastrutture del nostro Paese ci costringono, tuttavia, a ripensare, con rinnovato e disincantato interesse, alla necessità di monitorare i fattori di debolezza che pervadono la rete economico-sociale del nostro tempo.

La dimensione del rischio, infatti, solitamente percepita maggiormente là dove le conseguenze degli eventi dannosi che si possono manifestare sono più terrificanti, lambisce tutte quelle situazioni in cui ci si confronta con variabili che sfuggono al controllo di chi è chiamato a presidiarne i risultati.

L’attività imprenditoriale ne è uno degli esempi più evidenti: dalla prevenzione degli infortuni sul lavoro alla pianificazione delle linee di sviluppo di un settore commerciale; dalla predisposizione di idonee cautele per la tutela ambientale alla gestione del rischio-reato secondo le cadenze del d.lgs. n. 231/
2001, l’elemento costante è costituito dall’impossibilità di eliminare l’incer­tezza che caratterizza il contesto operativo di riferimento e che contraddistingue il c.d. rischio d’impresa.

Questa consapevolezza, peraltro, non solo non è di per sé risolutiva, ma, anzi, fintanto che non si trasforma in elemento propulsivo per la predisposizione di regole cautelari ad essa coerenti, può costituire il primo punto di ancoraggio del rimprovero in caso di verificazione di quegli eventi lesivi che siano la concretizzazione del pericolo oggetto di rappresentazione, secondo il paradigma tipico della responsabilità penale colposa [1].

 

2. Ruolo e limiti dei controlli esterni

Per questa ragione, considerata l’importanza degli interessi affidati alla cura dell’imprenditore, sono proliferati i controlli esterni sui coefficienti di adeguatezza delle soluzioni organizzative adottate per fronteggiare l’impondera­bilità delle varie forme di emersione del rischio d’impresa. Su questo terreno, infatti, si confrontano sindaci, revisori contabili, componenti dell’organismo di vigilanza ex d.lgs. n. 231/2001 e le Autorità di Vigilanza di volta in volta competenti.

L’intento preventivo in tal modo perseguito dal legislatore è chiaro e, di per sé, condivisibile: attivare un presidio autonomo da chi ha la responsabilità del processo decisionale per verificare che questo sia sempre coerente (non solo con il fine dell’impresa, ma anche) con l’esigenza di governare i fattori di rischio con cui deve confrontarsi.

Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza dell’apporto degli organi di controllo nel contribuire, in modo propulsivo, all’innesco di un dinamismo virtuoso per la creazione ed il mantenimento di un elevato standard di rispetto della legge e delle best practices operative, semplici considerazioni di buon senso (prim’ancora che di corretta tecnica aziendalistica) ne evidenziano l’intrinseca insufficienza rispetto alla portata del risultato perseguito. Sta nella logica delle cose, infatti, che fino a quando l’attività di controllo rimane estranea all’orga­nizzazione, senza condizionarne, dall’interno, l’architettura che la sorregge, è destinata ad assumere una funzione correttiva, ex post, degli effetti negativi dalla stessa prodotti; mentre un’attività realmente preventiva dovrebbe intercettare e correggerne le cause in itinere.

In ogni caso, per quanto gli organi di controllo possano spingersi in profondità nelle ..


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