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Clausola atipica di exit forzato e principio di equa valorizzazione delle quote di s.r.l.

Elena Fregonara, Professoressa associata di Diritto commerciale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale

La clausola di exit forzato da cui scaturisce la vertenza consente di soffermarsi sul principio della c.d. equa valorizzazione delle quote di società a responsabilità limitata e sulle ipotesi di esclusione per giusta causa.

Parole chiave: clausola di exit forzato – equa valorizzazione quote - esclusione per giusta causa.

Atypical clause of forced exit and fair value of limited liability companyĺs quotas

The clause of forced exit allows to analyse both the principle of the fair value of limited liability company’s quotas and the circumstances of exclusion for cause.

Keywords: clause of forced exit - fair value of limited liability company’s quotas – exclusion for cause.

1. Il caso

La questione da cui origina l’interesse per la vicenda è quella relativa alla declaratoria di nullità – promossa dai soci di minoranza di una società a responsabilità limitata e respinta sia in primo grado che in appello [1] – di una clausola statutaria in forza della quale i soci che avessero cessato per qualsiasi ragione di prestare la propria attività lavorativa per la società (ovvero per le società da quella controllate o a quelle collegate) sarebbero stati obbligati ad offrire in acquisto pro quota agli altri soci le partecipazioni in loro possesso ad un prezzo equivalente al valore del patrimonio netto corrispondente [2].

Nel caso di specie, le quote societarie nella s.r.l. erano state attribuite agli appellanti – dirigenti di una società per azioni – in forza di un piano di incentivazione avente lo scopo di fidelizzare il personale la cui attività era ritenuta fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi sociali [3]: in quest’ottica il venir meno del rapporto di lavoro, dal quale dipendeva strettamente il vincolo con la s.r.l., avrebbe imposto ai soci – non più dipendenti – di uscire dalla società offrendo in acquisto le loro partecipazioni agli altri soci.

2. La clausola «atipica» di exit forzato

Il primo tema che occorre affrontare pare essere quello della natura giuridica della clausola contestata, che risulta «atipica» anche socialmente [4]. Sul punto la Corte osserva che la clausola integra «un’obbli­gazione di vendere la quota qualificabile quale obbligo di recesso (recesso vincolato-obbligatorio) che si distingue dall’esclusione del socio in senso tecnico perché qui non si dà corso alla delibera di esclusione assembleare ai sensi dell’art. 2287 c.c. (analogicamente applicabile alla s.r.l.), avente efficacia decorsi trenta giorni dalla comunicazione in assenza di opposizione, ma alla quale obbligazione a vendere si applicano, comunque, analogicamente, gli stessi artt. 2473 bis e 2473 c.c., giacché siamo di fronte, in ogni caso, ad un recesso imposto» [5].

La ricostruzione prospettata dal Collegio non pare condivisibile.

Il diritto di recesso rappresenta uno strumento che tutela l’interesse del socio al disinvestimento della propria partecipazione: si tratta del potere di sciogliersi dalla società per mezzo di una propria unilaterale manifestazione di volontà e, quindi, di ottenere anticipatamente la quota di liquidazione [6].

Nello specifico, tale diritto viene riconosciuto dall’ordinamento al verificarsi di alcune alterazioni significative dell’organizzazione, decise ovvero operate dalla maggioranza e idonee ad incidere sul programma produttivo originario [7]. Il diritto di recesso funge dunque «da correttivo» [8] al potere della maggioranza di modificare qualsiasi profilo del progetto sociale e rappresenta, altresì, un bilanciamento tra quel potere e l’interesse del socio a non rimanere vincolato alla società nel mutato contesto organizzativo.

Nel sistema peraltro sono pure contemplate, da un lato, la possibilità di recedere sempre con preavviso ove la società sia contratta a tempo indeterminato, dall’altro, la possibilità di inserire nello statuto ulteriori ipotesi di recesso convenzionale, perseguendo in tal guisa potenzialmente infiniti obiettivi. D’al­tro canto, il recesso costituisce il «correttivo» delle clausole dirette a rendere intrasferibile la partecipazione sia per atto tra vivi, sia a causa di morte; rientrano in quest’ipotesi anche la clausola di gradimento senza previsioni di condizioni o limiti, le c.d. clausole di mero gradimento. Il recesso vale poi come correttivo anche laddove il diritto di opzione venga escluso in ipotesi di aumento del capitale sociale con nuovi conferimenti [9]. Ancora si può ricordare che in caso di progetto di scissione con assegnazione non proporzionale delle partecipazioni nelle beneficiarie, a favore dei soci che non approvino la scissione deve essere previsto il diritto di far acquistare le proprie partecipazioni per un corrispettivo determinato alla stregua dei criteri stabiliti per il recesso, indicando coloro su cui è posto ..


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