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Attività di impresa e gestione della crisi: breve storia degli interessi coinvolti

Alberto Jorio, Professore ordinario f.r. di Diritto commerciale presso l’Università di Torino

Le crisi d’impresa sono sempre state occasione per l’emersione di un conflitto tra interessi contrapposti. La composizione di questo conflitto ha determinato soluzioni improntate alla tutela dell’interesse collettivo al contenimento dei danni derivanti dall’insolvenza. L’autore ripercorre l’evoluzione subita sotto questo profilo dagli ordinamenti giuridici e si sofferma sui più recenti provvedimenti del legislatore italiano, caratterizzati da un accentuato profilo volontaristico.

Parole chiave: interesse del debitore – interesse dei creditori – interesse collettivo – grandi imprese – soluzioni volontarie alla crisi di impresa.

 

Business activity and crisis management: a brief history of the interests involved

Corporate crises have always been the occasion for the emergence of a conflict between contrasting interests. The resolution of this conflict has led to solutions aimed at protecting the collective interest in the limitation of the damage caused by insolvency. The author traces the evolution occurred within legal systems in this regard and focuses on the most recent measures adopted by the Italian legislator, characterized by an accentuated voluntarist profile.

Keywords: Interests of the debtor - interest of creditors - collective interest - Stake-holders - big business - small to medium business - voluntarist solutions to corporate crises.

La questione che in ogni tempo, e ancor più nei tempi moderni di sviluppo della società economica, è stata ed è centrale nell’analisi delle finalità della gestione delle crisi d’impresa riguarda gli interessi meritevoli di tutela e l’esistenza di priorità nella loro tutela. La domanda che viene spontanea porsi è in sostanza la seguente: di fronte alla crisi di un’impresa che cosa conviene di più per la collettività, e quindi in quale direzione deve dirigersi l’interesse pubblico che governa le scelte del legislatore: verso il maggior soddisfacimento possibile dei creditori, e quindi verso la tutela del credito, oppure verso la conservazione alla collettività dell’homo aeconomicus “onesto ma sfortunato” e della sua impresa, oppure ancora verso la salvaguardia del complesso produttivo passato in altre mani?

Ognuno di questi valori è meritevole di grande considerazione. Uno di pilastri sui quali è sorta e si è sviluppata la società economica è stata e continua ad essere la tutela del credito. Sono sufficienti, per convincersene, due tra i tanti possibili esempi, tra loro assai lontani nel tempo, ma intimamente connessi. Il primo esempio deriva dalla creazione, nel basso medioevo, della lettera di credito e della cambiale, che consentì al mercante che ne era portatore di spendere quale moneta sonante il nome reputato del banchiere o di altro mercante che l’avesse emessa. Infrangere questa certezza con l’insolvenza del sottoscrittore del titolo costituiva un rischio da evitare il più possibile: di qui le pene severissime per il fallito, introdotte a scopo deterrente. Il secondo esempio, di stretta attualità, è dato dalla diversa considerazione di cui a livello internazionale i singoli Stati godono a seconda dell’efficienza e della rapidità con le quali i rispettivi sistemi giudiziari garantiscono la tutela dei crediti.

La considerazione per la figura del mercante e poi dell’imprenditore caduto in insolvenza senza particolare colpa rappresentò uno dei valori meritevoli di attenzione nell’evoluzione della disciplina fallimentare, sino a costituire, con le norme sulla Corporate Reorganization, un modello esportato negli ordinamenti di tutto il mondo. A sua volta, la salvaguardia del complesso produttivo ritenuto di dimensioni rilevanti e il suo trasferimento in altre mani costituiscono la finalità di regole, ben note nel nostro ordinamento, che trascurano tuttavia l’interesse dei creditori al miglior soddisfacimento. Ma grande diffusione, soprattutto negli Stati Uniti, ha anche la politica aziendale dello smembramento del complesso produttivo dissestato con la finalità del più proficuo realizzo a vantaggio dei creditori, con la definitiva scomparsa dell’unità aziendale e gravi pregiudizi per l’ampio cerchio degli stakeholders: intere comunità hanno subito un forte e duraturo declino a causa di queste scelte.

Sono sufficienti questi rapidi esempi per avvertire come l’interrogativo posto all’inizio non trovi univoca e semplice risposta.

Sin dagli albori della regolamentazione del rapporto/confronto tra debitore e creditori la risposta degli ordinamenti rifletteva la considerazione per valori che coinvolgevano interessi collettivi. Come già accennato, nei secoli del basso medioevo, con il fiorire della civiltà dei comuni, le norme severissime nei confronti del fallito avevano un significato deterrente a difesa di un bene fondamentale per lo sviluppo della civiltà comunale: la tutela del credito sul quale si sviluppavano e prosperavano i commerci. Ma al contempo la progressiva regolamentazione degli accordi tra debitore e creditori, diretti a consentire al debitore di limitare le conseguenze dell’infamia a fronte della messa a disposizione dei creditori della parte di patrimonio occultata, era motivata dall’e­sigenza di contenere le conseguenze dell’insolvenza, negative per entrambe le parti, e di lenire le cicatrici provocate sul tessuto cittadino dal dissesto di uno dei componenti della collettività. Le regole riflettevano in sostanza l’esigenza di tutela degli interessi collettivi allo sviluppo armonioso della civiltà comunale.

L’esigenza di “limitare i danni” alla collettività non venne meno con la perdita di potere delle classi mercantili, che sino ad allora avevano dettato le regole, e con il ..


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