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Le novità previste dal d.l. 3/2015

Alessandro Bollettinari

L’Autore esamina le novità previste dall’art. 4 del d.l. n. 3 del 25 gennaio 2015, focalizzandosi in particolare sull’introduzione della categoria delle piccole e medie imprese innovative e sulle modifiche apportate alla disciplina della startup innovativa.

1.          La definizione di PMI innovativa e il richiamo alla normativa europea

Il decreto legge n. 3 entrato in vigore in data 25 gennaio 2015 (anche noto come “Decreto Investment Compact”) ha introdotto nel nostro ordinamento una serie di misure tese al rilancio dell’imprendotoria e, più in generale, dell’economia nazionale. 

Tra queste misure si segnala in particolare la previsione di una nuova figura di impresa: la piccola e media impresa innovativa (PMI innovativa) ().

L’art. 4 del d.l. 3/2015 ha infatti previsto che all’art. 1 del d.lgs. 58/1998 (T.U.F.) sia inserito un nuovo comma, il 5-undecies, che definisce che cosa debba intendersi per PMI innovativa e stabilisce i requisiti che un’impresa deve possedere per potere essere ritenuta tale e dunque beneficiare delle agevolazioni che di seguito si illustreranno.

In particolare, per piccole e medie imprese innovative “si intendono le PMI, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE” (), che siano in possesso di taluni requisiti puntualmente elencati dallo stesso art. 4.

Prima di procedere alla loro disamina, pare opportuno illustrare quanto previsto dalla Raccomandazione 2003/361/CE.

L’art. 1 dell’Allegato alla Raccomandazione afferma che ai fini dello stesso Regolamento: “[s]i considera impresa ogni entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica. In particolare sono considerate tali le entità che esercitano un’attività artigianale o altre attività a titolo individuale o familiare, le società di persone o le associazioni che esercitino un’attività economica”.

Il successivo art. 2 stabilisce invece la soglia finanziaria entro la quale si collocano le piccole e medie imprese, prevedendo che “1. [l]a categoria delle microimprese delle piccole imprese e delle medie imprese (PMI) è costituita da imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro”.

La stessa disposizione traccia poi i confini di ognuna delle suddette entità, attraverso l’indicazione puntuale di quelli della piccola impresa e della microimpresa (con la conseguenza che tutte le altre dovranno considerarsi medie imprese).

A questo proposito:

2. […] si definisce piccola impresa un’impresa che occupa meno di 50 persone e realizza un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a 10 milioni di euro”;

3. […] si definisce microimpresa un’impresa che occupa meno di 10 persone e realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro”.

L’articolo 3 della Raccomandazione specifica invece quali sono i tipi di imprese considerati ai fini del calcolo dei suddetti importi finanziari.

In particolare vengono in evidenza:

-                     l’“impresa autonoma”, categoria residuale di cui fanno parte tutte le imprese che soddisfano i requisiti di cui agli art. 1 e 2 ma che non possono identificarsi come “impresa associata” o “impresa collegata” (su cui si veda infra). Con la precisazione che, come espressamente previsto dalla stessa Raccomandazione, un’impresa può tuttavia essere definita autonoma anche se viene raggiunta o superata la soglia del 25%, qualora siano presenti le categorie di investitori di cui alle lettere a) - d) sotto elencate, a condizione che tali investitori non siano individualmente o congiuntamente “collegati” con l’impresa in questione:

a) società pubbliche di partecipazione, società di capitale di rischio, persone fisiche o gruppi di persone fisiche, esercitanti regolare attività di investimento in capitali di rischio (c.d. “business angels”) che investono fondi propri in imprese non quotate, a condizione che il totale investito da suddetti “business angels” in una stessa impresa non superi 12.500.00,00 euro;

b) università o centri di ricerca senza scopo di lucro;

c) investitori istituzionali, compresi i fondi di sviluppo regionale;

d) autorità locali autonome aventi un budget annuale inferiore a 10 milioni di euro e meno di 5.000 abitanti;

-                     l’“impresa associata”, vale a dire qualunque impresa non identificabile come impresa collegata, ma che è legata a un’altra impresa in virtù di un rapporto per cui l’impresa a monte detiene, da sola o insieme a una o più imprese collegate, almeno il 25% del capitale o dei diritti di voto dell’impresa a valle;

-                     le “imprese collegate”, cioè quelle imprese fra le quali esiste una delle seguenti relazioni:

a) un’impresa detiene la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci di un’altra impresa;

b) un’impresa ha il diritto di nominare o revocare la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione, direzione o sorveglianza di un’altra impresa;

c) un’impresa ha il diritto di esercitare un’influenza dominante su un’altra impresa in virtù di un contratto concluso con quest’ultima oppure in virtù di una clausola dello statuto di quest’ultima;

d) un’impresa azionista o socia di un’altra impresa controlla da sola, in virtù di un accordo stipulato con altri azionisti o soci dell’altra impresa, la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti o soci di quest’ultima ().

La stessa disposizione inoltre riconosce, seppure a determinate condizioni, l’esistenza di un collegamento (nel senso qualificato impiegato dalla stessa Raccomandazione) tra imprese “autonome” e prevede che le imprese fra le quali sussista una delle suddette relazioni attraverso una persona fisica o un gruppo di persone fisiche che agiscono di concerto debbano anch’esse considerarsi imprese collegate, a patto che esercitino le loro attività o una parte delle loro attività sullo stesso mercato o su mercati contigui.

 

2.      I requisiti della PMI innovativa e l’iscrizione nella Sezione Speciale del Registro delle Imprese

Il legislatore ha previsto che la piccola e media impresa, nel senso di cui alla Raccomandazione 2003/361/CE, assuma, ove in possesso di determinati requisiti, lo status di PMI innovativa.

In particolare, la PMI innovativa deve contemporaneamente (cfr. lett. a) – d) dell’art. 1, comma 5-quinques, T.U.F.):

a) avere la residenza in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo, purché una sede produttiva o una filiale sia in Italia;

b) avere ottenuto la certificazione dell’ultimo bilancio e dell’eventuale bilancio consolidato redatto da un revisore contabile o da una società di revisione iscritti nel registro dei revisori contabili;

c) non essere in possesso di azioni quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione;

d) non essere iscritte al registro speciale previsto all’articolo 25, ottavo comma, del d.l. n. 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 221/2012, ovverosia il registro appositamente istituito per le startup innovative e gli incubatori certificati.

In assenza dei suddetti requisiti (anche di uno soltanto) un’impresa non può considerarsi PMI innovativa.

In aggiunta il legislatore detta ulteriori requisiti che una PMI innovativa deve avere per essere qualificata tale ma che, a differenza dei primi, non è necessario che siano contemporaneamente presenti (ben potendo sussisterne anche uno soltanto).

In particolare, sempre in base al nuovo comma 5-undecies, la PMI innovativa deve possedere (cfr. lett. e) dell’art. 1, comma 5-undecies, TUF) almeno una delle seguenti caratteristiche:

1) Research & Development (R&D): avere un volume di spesa in ricerca e sviluppo in misura uguale o superiore al 3% della maggiore entità fra costo e valore totale della produzione della PMI innovativa, come deve risultare dall’ultimo bilancio approvato ed essere descritto nella nota integrativa;

2) forza lavoro (FL): impiegare come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore a /5 della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca, ovvero, in percentuale uguale o superiore a /3 della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di laurea magistrale;

3) Intellectual Property Rights (IPRs): essere titolare titolarità, anche quale depositaria o licenziataria, di almeno una privativa industriale, relativa a un’invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale ovvero essere titolare dei diritti relativi a un programma per elaboratore originario, purché tale privativa sia direttamente afferente all’oggetto sociale e all’attività di impresa.

Inoltre il comma 5-undecies prevede che, entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro sei mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, il rappresentante legale della PMI innovativa attesti il mantenimento dei suelencati requisiti mediante il deposito di apposita dichiarazione presso il Registro delle Imprese.

In caso di loto perdita di tali requisiti ovvero di mancato deposito della suddetta dichiarazione, entro 60 giorni dalla perdita medesima ovvero dalla scadenza del termine per il deposito, la PMI innovativa è cancellata d’ufficio dalla Sezione Speciale del Registro delle Imprese, permanendo l’iscrizione alla sezione ordinaria dello stesso registro.

Infatti, analogamente a quanto già avveniva per le startup innovative e gli incubatori certificati ai sensi dell’art. 25, ottavo comma, del d.l. n. 179/2012, come modificato dalla l. n. 221/2012, presso le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura è istituita una apposita sezione del Registro delle Imprese in cui le PMI vengono iscritte.

L’iscrizione avviene a seguito di presentazione della domanda in formato elettronico, contenente una serie di informazioni, tra cui, la sede, l’oggetto sociale e l’attività svolta (compresa l’attività e le spese in R&D), l’elenco dei soci e delle società partecipate, l’indicazione dell’esistenza di relazioni professionali, di collaborazione o commerciali con incubatori certificati, investitori istituzionali e professionali, università e centri di ricerca, l’ultimo bilancio depositato, l’elenco degli IPRs e il sito Internet della PMI innovativa.

Tali informazioni, aggiornate a cadenza semestrale e pubblicate sul Registro delle Imprese (nella Sezione Speciale), debbono essere altresì disponibili per via telematica o su supporto informatico in formato tabellare gestibile da motori di ricerca, con possibilità di elaborazione e ripubblicazione gratuita da parte di soggetti terzi, e accessibili dalla home page del sito Internet della PMI innovativa.

 

3. La disciplina applicabile alla PMI innovativa mediante il richiamo alla startup innovativa

Alla PMI innovativa si applicano alcune disposizioni previste per la startup innovativa (). Il riferimento è, in particolare, agli articoli 26, 27, 30, 6°, 7°, 8° comma e 32 del d.l. n. 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 221/2012 ().

Infatti, l’art. 4 del d.l. 3/2015 ha modificato la rubrica del capo III-quater, del Titolo III, della Parte II del T.U.F., inserendo, dopo le parole “start-up innovative”, il riferimento alle “PMI innovative”. Lo stesso ha fatto con riguardo alla rubrica, al primo comma e al secondo comma dell’articolo 50-quinquies, nonché al primo comma dell’art. 100-ter dello stesso testo unico, la cui disciplina trova pertanto applicazione anche con riferimento alle PMI innovative ().

Prima di illustrare le norme dettate per la startup innovativa che ora si applicano anche alla PMI innovativa, pare opportuno precisare che quest’ultima presenta similitudini ma anche differenze importanti rispetto alla prima.

In particolare, sotto il profilo sostanziale una ragguardevole differenza concerne i limiti dimensionali: infatti, affinché un’impresa possa assumere la qualifica di startup innovativa è necessario che abbia un fatturato annuo non superiore a 5 milioni di euro; al contrario, perché un’impresa possa essere qualificata PMI innovativa deve avere meno di 250 dipendenti e un fatturato annuo inferiore a 50 milioni o attivo dello stato patrimoniale inferiore a 43 milioni di euro.

Quanto poi alle norme previste per la startup innovativa che vengono richiamate dal d.l. 3/2015, pare opportuno soffermarsi soprattutto su quanto disposto dagli articoli 26 e 30 del Decreto Crescita bis ().

 

 

4. Le deroghe al diritto societario in generale

L’articolo 26 del Decreto Crescita bis prevede alcune deroghe al diritto societario per la startup innovativa che sono slegate dal tipo sociale dalla stessa adottato (cfr. primo comma) nonché deroghe specificamente riferite alla startup innovativa costituita in forma di s.r.l. (cfr. secondo comma) (), le quali si applicano alla startup innovativa (e ora anche alla PMI innovativa in forza del richiamo operato dal d.l. 3/2015) “indipendentemente dal tipo societario prescelto” e per il solo fatto che l’impresa possegga le caratteristiche previste dall’art. 25, secondo comma, del Decreto Crescita bis; al contrario vi sono deroghe che, come si illustrerà a breve, sono appositamente previste per le startup innovative s.r.l. (e ora anche per le PMI innovative s.r.l.) e sono dette “facoltative” in quanto i soci possono decidere se farvi o meno ricorso ().

Venendo a esaminare il contenuto di tali deroghe, il legislatore ha previsto che, in caso di perdita di oltre /3 del capitale sociale, la stessa perdita deve risultare a meno di /3 entro il secondo esercizio successivo. Al contrario, in caso di perdita che riduca il capitale al di sotto del minimo, l’assemblea, convocata senza ritardo dagli amministratori, può ridurre subito il capitale e nello stesso tempo aumentarlo a una cifra non inferiore al minimo ovvero posticipare tale decisione alla chiusura dell’esercizio successivo senza che operi la causa di scioglimento della società di regola prevista in caso di riduzione o perdita del capitale;  nell’ipotesi in cui il capitale non sia reintegrato al di sopra del minimo entro l’esercizio successivo, l’assemblea dovrà provvedere a ridurre e aumentare il capitale quantomeno al minimo ovvero trasformare la società o porla in scioglimento.

Il legislatore ha quindi dettato regole peculiari sia per l’ipotesi di riduzione del capitale sociale per perdite sia per quella di riduzione al di sotto del limite legale, derogando così alle procedure ordinariamente previste sia per le s.p.a. sia per le s.r.l., le quali parevano già di per sè favorevoli alla prosecuzione dell’attività d’impresa (pur con un capitale ridotto) ().

Tale deroga si sostanzia in un caso nella previsione di un’estensione (“nelle startup innnovative [n.d.r.: ora anche nelle PMI innovative] il termine entro la quale la perdita deve risultare diminuita a meno di 1/3 […] è posticipato al secondo esercizio successivo”), mentre nell’altro nella concessione di “un periodo di ‘grazia’” (), con la conseguenza che viene meno in maniera consistente la disciplina di diritto comune prevista sia per la s.p.a. sia per la s.r.l.. E ciò attraverso una deroga che, pur essendo costruita “simmetricamente”, si riferisce a due “fattispecie profondamente disomogenee” ().

In particolare, per quanto concerne la riduzione del capitale sociale per perdite eccedenti /3, la deroga prevista dal legislatore “ha esclusivamente una funzione di allarme per i creditori e i terzi in genere” i quali potranno pertanto avere contezza del fatto che la misura del capitale è stata parzialmente mutata (). In questo caso, infatti, l’intervento dell’assemblea è solamente eventuale e la riduzione del capitale non si richiede che avvenga istantaneamente ben potendo essere differita, laddove persista, all’esercizio successivo.

Al contrario, ove il capitale sociale sia ridotto al di sotto del minimo per effetto di perdite rilevanti, il legislatore ritiene necessario un intervento immediato da parte dell’assemblea ().

Deve inoltre aggiungersi una considerazione circa la presunta ratio dell’intervento in oggetto: se è vero che l’assetto normativo che emerge dal Decreto Crescita bis attenua la funzione di garanzia “supplementare” tradizionalmente svolta dal capitale sociale () è altresì vero che si tratta di un minus che nelle intenzioni del legislatore dovrebbe compensarsi per effetto della possibilità riconosciuta alle startup innovative (e ora anche alle PMI innovative) di recuperare le “perdite fisiologiche”, cioè “quelle propedeutiche a maggiori profitti futuri” (), attraverso la raccolta di capitali di rischio tramite portali online (c.d. equity-based crowdfunding) di cui all’art. 30 del Decreto Crescita bis ().

 

5. Le deroghe previste per la startup/PMI innovativa s.r.l.

La startup innovativa s.r.l. presenta incisive deroghe alla disciplina ordinaria, che, giusto il richiamo previsto dal d.l. 3/2015, si ritiene trovino ora applicazione anche alle PMI innovative.

Si tratta di deroghe facoltative poichè la startup innovativa s.r.l. (e ora anche la PMI innovativa s.r.l.) può decidere se sfruttarle, venedosi in tal caso a delineare una s.r.l. “modificata”, ovvero non sfruttarle configurandosi quindi una s.r.l. “non modificata” ().

Esse possono inoltre suddividersi in diversi gruppi in base al rispettivo contenuto.

Con riferimento a un primo gruppo, – vale a dire quello che racchiude le deroghe che prevedono la possibilità di creare, attraverso l’atto costitutivo, categorie di quote “fornite di diritti diversi e, nei limiti imposti dalla legge, [di] determinare il contenuto delle varie categorie anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, commi secondo e terzo, del codice civile […] [di] creare categorie di quote che non attribuiscono diritti di voto o che attribuiscono al socio diritti di voto in misura non proporzionale alla partecipazione da questi detenuta ovvero diritti di voto limitati a particolari argomenti o subordinati al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative” (cfr. art. 25 Decreto Crescita bis) –, si tratta di strumenti che, se per un verso possono contr*buire al governo della società, per l’altro consentono una diversificazione delle opzioni di investimento per gli operatori interessati.

In forza di tale disposizione, che estende alla s.r.l. startup/PMI innovativa schemi tipici della s.p.a. permettendole di compiere un’operazione altrimenti inammissibile, si assiste a un processo di oggettivazione della partecipazione sociale e si supera il principio della necessaria proporzionalità tra diritti sociali e partecipazioni, mediante l’introduzione di elementi che connotano la società in senso fortemente “capitalistico” ().

Tuttavia l’autonomia riconosciuta alle s.r.l. startup/PMI innovative nell’emissione di categorie di quote incontra alcuni limiti; in particolare: l’obbligo di egualianza dei diritti attribuiti nell’ambito di ciascuna categoria secondo quanto previsto dall’art. 2348, terzo comma, c.c., il divieto del patto leonino di cui all’art. 2265 c.c., il divieto di emissione di quote a voto plurimo e il divieto quote unitarie con diritto a partecipare all’utile di esercizio anziché al bilancio ().

Un secondo gruppo di deroghe prevede la possibilità per la s.r.l. startup/PMI innovativa di emettere, a seguito dell’apporto da parte dei soci o di terzi anche di opera o di servizi, “strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi, escluso il voto nelle decisioni dei soci ai sensi degli articoli 2479 e 2479-bis del codice civile”, nonché la possibilità che le quote della medesima, in deroga a quanto previsto dall’art. 2468, primo comma, c.c., “[costituiscano] oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, anche attraverso i portali per la raccolta di capitali di cui all’articolo 30 del presente decreto, nei limiti previsti dalle leggi speciali” (cfr. art. 25 Decreto Crescita bis).

Anche per questo secondo gruppo di deroghe il legislatore ha messo a disposizione della s.r.l. startup/PMI innovativa un istituto tipico della società per azioni, che, stando a quanto affermato dalla Relazione Illustrativa al Decreto Crescita bis, “risponde alla ratio di consentire […] la diffusione di pratiche di ‘work-for-equity’, e pertanto la possibilità di remunerare le collaborazioni esterne, con l’attribuzione di questi titoli ai fornitori, che si assumeranno il rischio di impresa senza appesantire la situazione finanziaria della società”.

La regolamentazione degli aspetti essenziali dei suddetti titoli e del loro funzionamento pare essere interamente lasciata all’autonomia negoziale, secondo lo schema di quelli emessi per le s.p.a.; infatti, sempre secondo quanto affermato dalla surrichiamata Relazione Illustrativa, lo statuto dovrà contenere disposizioni inerenti le “modalità e condizioni di emissione, i diritti che conferiscono, le sanzioni in caso di inadempimento delle prestazioni e, se ammessa, la legge di circolazione”.

Con riferimento alla possibilità che le quote di partecipazione della s.r.l. startup/PMI innovativa costituiscano oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, anche attraverso i portali per la raccolta del capitale di rischio come previsto dall’art. 30 del Decreto Crescita bis, richiamato dal d.l. 3/2015, si tratta di una disposizione dirompente rispetto ai caratteri e ai connotati “tradizionali” della s.r.l., chiaramente funzionale al ricorso allo strumento del crowdfunding.

Il Decreto Crescita bis prevede poi un terzo gruppo di deroghe che consente alla s.r.l. startup innovativa (e, ora, sempre in forza del richiamo operato dal d.l. 3/2015, anche alla PMI innovativa) di effettuare a determinate condizioni, in via eccezionale rispetto a quanto previsto dall’art. 2474 c.c. (), operazioni sulle proprie partecipazioni; in particolare, tali operazioni sono ammesse laddove effettuate in attuazione di piani di incentivazione (c.d. piani di stock options) che prevedano l’assegnazione di quote di partecipazione ai dipendenti, ai collaboratori o ai componenti degli organi amministrativi, ai prestatori d’opera o di servizi professionali (c.d. work for equity) ().

 

6. Considerazioni in merito all’estensione della disciplina della startup innovativa alla PMI innovativa

6.1. Il finanziamento della startup/PMI innovativa tramite il crowdfunding

Al fine di meglio comprendere la portata del richiamo operato dal d.l. 3/2015 ai commi 6, 7 e 8 dell’art. 30 del Decreto Crescita bis, pare opportuno illustrare in via preliminare il contenuto di tale disposizione.

In particolare, l’art. 30 cit. ha disciplinato la raccolta di capitali di rischio tramite portali online, nell’ottica di fornire, conformemente alla ratio e all’impianto del Decreto Crescita bis, un adeguato sostegno per le startup innovative (). E ciò attraverso l’introduzione di alcune nuove disposizioni nel Testo Unico della Finanza (T.U.F.).

Tra esse, oltre a quelle che si applicano esclusivamente alla startup innovativa (vale a dire l’art. 5-novies che chiarisce il significato dell’espressione “portale per la raccolta di capitali per le start-up innovative” e il 5-decies che definisce che cosa si intenda per “start-up innovativa”), ve ne sono alcune che assumono oggi, stante il richiamo operato dal d.lgs. 3/2015, particolare rilievo anche per PMI innovativa: si tratta in particolare dell’art. 50-quinquies, che dispone in tema di “gestione di portali per la raccolta di capitali per start-up innovativa” e dell’art. 100-ter, che disciplina le modalità delle “offerte attraverso portali per la raccolta di capitali” la cui applicazione è stata ora estesa anche alla PMI innovativa (e, in alcuni casi, agli organismi di investimento collettivo del risparmio e alle società di capitali che investono prevalentemente in startup innovative e in PMI innnovative) ().

Tra le numerose novità introdotte dal d.l. 3/2015 deve quindi evidenziarsi l’applicazione delle regole sulla gestione dei portali per la raccolta di capitali (non solo più alla startup innovativa ma anche) alla PMI innovativa e la possibilità che quest’ultima, al parti della startup innovativa, possa beneficiare delle offerte raccolte attraverso tali portali.

Considerati i requisiti che un’impresa deve avere per poter essere qualificata PMI innovativa, le finalità che sul punto hanno ispirato il legislatore del 2015 pare siano le medesime che già avevano portato all’introduzione della startup innovativa, ossia incentivare lo sviluppo tecnologico e l’imprenditorialità (o, più precisamente, un certo tipo di imprenditorialità che può definirsi “innovativa”), consentendo a gestori di portali, iscritti nell’apposito registro tenuto dalla Consob, di svolgere attività di equity crowdfunding, attività che, in difetto, sarebbe stata riservata esclusivamente a intermediari autorizzati (cfr. art. 50-quinquies, primo e secondo comma T.U.F.), oppure sarebbe stata vietata in forza del  divieto di offerta al pubblico di partecipazioni in s.r.l. (cfr. art. 26, quinto comma, d.l. 179/2012, come convertito dalla l. 221/2012, richiamato dal d.l. 3/2015).

Tali possibilità erano tuttavia riconosciute (e sono oggi riconosciute) a condizione che la raccolta di capitali di rischio andasse (vada) a beneficio di una startup innovativa (o di una PMI innovativa) (cfr. art. 100-ter, primo comma, T.U.F. e art. 26, quinto comma, d.l. 179/2012, come convertito dalla l. 221/2012, richiamato dal d.l. 3/2015) e il valore della raccolta non superasse (superi) il limite di 5 milioni di euro (cfr. art. 100-ter, primo comma, T.U.F., ora richiamato dal d.l. 3/2015) ().

Quanto all’implementazione delle norme primarie, in sede di conversione del Decreto Crescita bis è stato previsto (cfr. art. 30, quinto comma, d.l. 179/2012, come convertito dalla l. 221/2012) che “[l]a Consob dett[i] le disposizioni attuative del presente articolo entro 90 giorni dalla data di ((entrata in vigore della legge di conversione)) del presente decreto”.

Ciò è avvenuto tramite un processo di consultazione al termine del quale è stata adottata la versione definitiva del Regolamento Consob (cfr. delibera n. 18592 del 26 giugno 2013 sulla “Raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line”, disponibile sul sito www.consob.it).

Deve precisarsi che, in ragione del fatto che il richiamo operato dall’art. 4 del d.l. 3/2015 prevede che ad applicarsi alla PMI innovativa siano soltanto il sesto, settimo e l’ottavo comma dell’art. 30 del Decreto Crescita bis, le norme attuative di cui al Regolamento Consob non si riferiscono alla PMI innovativa e pertanto la loro operatività rimane circoscritta alla startup innovativa.

 

 6.2. Sull’estensione della possibilità di fare ricorso al crowdfunding

Il Decreto Crescita bis ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento una disciplina specificamente dedicata al crowdfunding (o, meglio, all’equity-based crowdfunding).

Molti Autori, all’indomani dell’entrata in vigore della nuova disciplina, non hanno mancato di sottolineare la riduttività di tale intervento: il legislatore, infatti, nell’ambito di una fattispecie ampia ed eterogenea, si era (ed è ancora) limitato a disciplinare un solo modello di crowdfunding, ossia l’equity-based (), peraltro prevedendo che soltanto le startup innovative possano (si legga oggi, alla luce del d.l. 3/2015, potessero) farvi ricorso (), con la conseguenza che, all’indomani dell’entrata in vigore del Decreto Crescita bis, restavano privi di specifica regolamentazione, determinando l’applicazione delle regole di diritto comune, da un lato l’equity-based crowdfunding delle imprese che non posseggono i requisiti per poter essere qualificate come startup innovative (), e, dall’altro, le esperienze di crowdfunding realizzate attraverso modelli diversi da quello basato sul capitale di rischio, ovverosia il reward-based, il donation-based e il social lending ().

Tali critiche, se per un verso rimangono ancora attuali e certamente condivisibili nella parte in cui l’unico modello destinatario di una disciplina ad hoc continua a essere soltanto l’equity-based, per l’altro appaiono in parte superate stante quanto previsto dal d.l. 3/2015: infatti, alla raccolta di capitale di rischio tramite piattaforme online possono ora fare ricorso, oltre alle startup innovative, agli incubatori certificati e alle startup innovative a vocazione sociale, anche le PMI innovative, gli organismi di investimento collettivo del risparmio e le società di capitali che investono prevalentemente in startup innovative e in PMI innnovative.

Si è pertanto allargato, almeno da questo punto di vista, il parterre dei soggetti giuridici che possono beneficiare di tale innovativo sistema di raccolta del capitale, un sistema alternativo rispetto ai canali tradizionali e in grado di rappresentare un alleato vincente, soprattuto nella fase di avvio o start up dell’impresa, per l’imprenditoria “innovativa”.

Ciò è vero anche in considerazione del fatto che la piccola e media impresa, nel significato di cui alla Raccomandazione 2003/361/CE (cfr. supra al par. 1), è una categoria dall’ampio perimetro.

Tuttavia non deve dimenticarsi che tale perimetro è stato notevolmente circoscritto per effetto dei stringenti requisiti previsti dalla disciplina domestica (cfr. d.l. 3/2015).

Si è pertanto ancora lontani dall’avere uno scenario normativo in cui qualunque impresa, a prescindere dal tipo sociale e dall’essere o meno in possesso di specifici requisiti, abbia la possibilità di fare ricorso al crowdfunding, così come dall’avere, per ogni modello di raccolta del capitale tramite piattaforme online, una disciplina ad hoc.

 

7. La modifica della disciplina della startup innovativa

L’art. 4 del d.l. n. 3/2015 non ha soltanto introdotto la disciplina della PMI innovativa prevedendo che alla stessa si applichino talune delle norme già previste per la startup innovativa, ma ha altresì modificato la disciplina di quest’ultima.

In particolare, l’art. 4 del d.l. cit. ha soppresso, al secondo comma dell’art. 25 del Decreto Crescita bis, l’inciso “di diritto italiano ovvero una Societas Europea, residente in Italia ai sensi dell’art. 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917” e ha sostituito la formulazione originaria della lettera c) del medesimo secondo comma con la seguente: “è residente in Italia ai sensi dell’art. 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia”.

Alla luce di tali modifiche, affinché un’impresa possa assumere la qualifica di startup innovativa non è più necessario che sia un soggetto giuridico di diritto italiano ovvero una Societas Europea residente in Italia, essendo invece sufficiente che la stessa risieda in Italia o in uno degli Stati membri dell’Unione Europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo, a condizione però abbia una sede produttiva o una filiale in Italia.

Tale modifica, seppure da un punto di vista giuridico appare piuttosto marginale, può rivelarsi da quello pratico assai più rilevante in quanto idonea ad ampliare il novero delle imprese startup innovative e dunque dei soggetti che possono beneficiare della disciplina di favor prevista dagli articoli 25 ss. del d.l. 179/2012, come convertito dalla l. 221/2012.

E pare essere proprio questo, anche alla luce dell’introduzione della PMI innovativa e delle altre misure di cui al d.l. 3/2015 (), il senso e la ratio dell’intervento normativo in esame: consentire a un maggiore numero di imprese di trarre vantaggio da una disciplina che si prefigge quale obiettivo (analogamente a quanto già avvenuto con il Decreto Crescita bis) di rilanciare l’economia nazionale.

D’altra parte, è lo stesso legislatore ad affermare, nel Preambolo del decreto, che le norme in esso contenute sono volte a “favorire lo sviluppo dell’economia del Paese, promuovendo una maggiore patrimonializzazione delle imprese italiane ed il concorso delle piccole e medie imprese nei processi di innovazione del sistema produttivo”.

L’auspicio è che il trend legislativo iniziato nel 2012 non si arresti ma prosegua con intensità sempre maggiore, così da assecondare le aspettative di una nuova imprenditoria che potremmo definire “innovativa” e che opera ispirandosi alla celebre “Silicon Valley formula”: “Adapt to the future, invest in yourself, and transform your career” .

 


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